Built with Creatavist
  1. _______________________________________________________________________
  2. Lo stabilimento simbolo della città
  3. La situazione oggi
  4. ________________________

Centocinquant’anni esatti sono passati da quando, nel 1864, alla Magona d’Italia di Alfred Novello, Jacopo Bozza, Auguste Ponsard e Alessandro Gigli fu inaugurato un altoforno a legna e il primo convertitore Bessemer d’Italia che consentiva di produrre acciaio partendo dalla ghisa liquida. Crisi e innovazioni sono stati da allora i fili conduttori della siderurgia piombinese.

Saluti da Piombino

Saluti da Piombino

Una cartolinea d'epoca ritrae lo stabilimento della Magona d'Italia, primo insediamento produttivo in città

La prima esperienza della Magona durò poco, costretta alla chiusura due anni dopo. Il testimone fu ripreso dalla Perseveranza del solo Bozza, in lite con gli ex soci per la proprietà dei terreni. Poi la crisi e la caduta sotto il controllo delle banche, proprio com’è avvenuto alla Lucchini dei giorni nostri. A far risalire la china le competenze e l’intuito dell’ingegner Guido Dainelli, che installò a Piombino, a cavallo tra il 1875 e l’88, i primi forni Martin-Siemens - fino ad allora sconosciuti in Italia - e costruì un pontile per far arrivar le materie prime.

Il Piano Sinigaglia

Il Piano Sinigaglia

L'ingegner Oscar Sinigaglia con il presidente della Repubblica Luigi Einaudi

Seguirono anni di sviluppo della fabbrica e della città, che in pochi anni si trasformò da piccolo borgo marinaro di 3mila abitanti a centro industriale di rilievo nazionale. È ancora l’innovazione a salvare la siderurgia piombinese dopo un’altra crisi che aveva interrotto la corsa della Perseveranza, divenuta “Stabilimento Metallurgico” sotto il controllo del Credito Mobiliare Italiano. La “Altiforni e fonderie di Piombino”, fondata dalla famiglia fiorentina Benini nel 1897, caduta sotto il controllo di Max Bondi nel 1892, tre anni dopo è oggetto di una profonda trasformazione: nasce il primo stabilimento a ciclo integrale d’Italia e inizia la produzione delle rotaie. Dopo un altro periodo di crisi, causata anche dalle speculazioni finanziarie di Max Bondi e dal fallimento della Banca Commerciale Italiana, a rilanciare il ciclo integrale in Italia fu il piano di ristrutturazione di Oscar Sinigaglia varato nel 1935.

Lo stabilimento all'inizio del secolo scorso

Lo stabilimento all'inizio del secolo scorso

Le acciaierie piombinesi in una bella foto storica tratta dall'archivio Alinari

Lo stabilimento esce completamente distrutto di bombardamenti della seconda guerra mondiale. Gli operai partecipano intensamente alla ricostruzione, raccogliendo carbone e minerale tra le macerie per effettuare la prima colata. Il comitati di gestione, di espressione sindacale, affianca la direzione, incalzandola perché fossero fatti gli investimenti necessari alla ricostruzione dell’altoforno n°1. L’impianto fu inaugurato nel 1951 dai ministri Togni, La Malfa e dall’ambasciatore americano Dayton, ma costò la rimozione del sindaco Luciano Villani a causa del suo discorso pacifista ed antiamericano che non piacque affatto al ministro Togni.

New Video

Lo stabilimento tuttavia continua a crescere, fornendo al Paese l’acciaio necessario alla ricostruzione. Ormai Piombino è una città di 30mila abitanti. Gli anni Sessanta sono ancora anni di espansione e di grandi progetti, Nel 1961, dall’unione dell’Ilva e delle Acciaierie di Cornigliano, nasce l’Italsider. Per Piombino si progetta un grande sviluppo. Grandi aree vengono sacrificate alla fabbrica per la costruzione di nuovi impianti, ma poi molti progetti vengono abbandonati in favore della costruzione dello stabilimento di Taranto. Nasce comunque un nuovo tubificio, che poco dopo sarà ceduto alla Dalmine. Nel 1978 entrano in funzione il nuovo altoforno, capace di produrre 2 milioni di tonnellate (allora il più grande d’Europa) e il treno di laminazione per vergella e l’occupazione raggiunge il suo massimo: 7.823 unità.

Ma una nuova crisi è dietro l’angolo. A metà degli anni Ottanta, l’Europa, alle prese con una sovracapacità produttiva, dichiara lo stato di crisi manifesta dell’acciaio. In Europa si chiudono altoforni, ma Piombino resiste, nonostante che faccia per la prima volta comparsa la cassa integrazione e l’occupazione si riduca alla fine degli anni Ottanta a 4mila dipendenti. Il governo decreta la fine dell’area a caldo di Cornigliano e dello stabilimento di Bagnoli. Per Piombino avanza un ambizioso progetto di ristrutturazione (molto simile a quello promesso oggi dalla Smc di Khaled Hababheh) che prevede lo spostamento dell’area a caldo verso il padule e la realizzazione di un Corex, allora ancora sperimentale. Il progetto fallisce per mancanza di finanziamenti, mentre si va verso la liquidazione delle Partecipazioni statali. Nel dicembre del 1992 il sindacato proclama uno sciopero ad oltranza per opporsi a 700 lettere di cassa integrazione inviate ai destinatari per pony express ed ai disegni di cessione ai privati.

La protesta del 1992/93

La protesta del 1992/93

Un corteo degli operai piombinesi in lotta per la difesa del posto di lavoro

Lo sciopero dura 39 giorni, la lotta più dura mai vissuta dai lavoratori piombinesi. Alla fine entra in scena Luigi Lucchini, che fa ingresso nella partecipazione di Piombino e tre anni dopo ne assume il totale controllo. Sono anni difficili per i rapporti sindacali, anche se vengono fatti importanti investimenti come il rifacimento della cokeria. Subentra nel 2003 la crisi finanziaria del Gruppo Lucchini, che oltre allo stabilimento di Piombino, contava su un’acciaieria in Polonia e stabilimenti dell’Ascometal in Francia. In scadenza un bond da 800 milioni che la famiglia non poteva pagare. Subentra la gestione di un commissario, Enrico Bondi, nominato dalle banche, che prepara un piano di ristrutturazione che alla fine si riduce nella vendita a spezzatino del Gruppo.

L'era Lucchini

L'era Lucchini

Il cavaliere Luigi Lucchini entra in gioco dopo il lungo sciopero del '93

Il vecchio cavalier Luigi dimostra qui il suo attaccamento all’industria. Ricerca e trova un partner nella Severstal dell’oligarca russo Alexej Mordashov. Il matrimonio sembra funzionare e i primi bilanci dell’azienda sono positivi. Mordashov progetta il potenziamento dell’altoforno fino a 3 milioni di tonnellate all’anno ed un nuovo treno di laminazione per acciai piatti fini, che avrebbe dato maggiore flessibilità allo stabilimento di Piombino. Ma i venti della crisi che spirano dagli Usa, dove Mardashov aveva impiantato la Severstal Nord America, spingono il magnate russo alla ritirata. Nell’agosto 2010, nella sala del consiglio comunale di Piombino, annuncia la sua ritirata dall’Europa. Subentra una lunga trattativa con le banche creditrici, Mordashov, per salvare Severstal da un coinvolgimento in un eventuale fallimento, acquisisce la totalità delle quote Lucchini, sulla quale grava un debito di 770 milioni di euro. L’accordo con le banche prevede la vendita dello stabilimento a Banca Imi (capofila dei creditori) per un euro entro il 2014. Gli stabilimenti francesi dell’Ascometal vengono ceduti per 325 milioni al Fondo Apollo. Ma per la Lucchini inizia una lunga Via Crucis. Dopo una vana ricerca di un compratore, le banche accettano di dichiarare lo stato di insolvenza e, nel dicembre 2012 viene concesso alla Lucchini l’avvio delle procedure previste dalla legge Marzano. Il governo nomina commissario straordinario Piero Nardi, con il compito di salvaguardare i creditori e di trovare un compratore. Un primo tentativo a vuoto avviene tra il giugno e il luglio 2013, ma nessuno si fa avanti per rilevare il ciclo integrale di Piombino così com’è. A marzo 2014 viene avviata una nuova procedura. Nove aziende presentano la manifestazione d’interesse, ma una sola, la giordana Smc, prevede la conservazione dell’altoforno in attesa di realizzare, in quattro anni, due forni elettrici ed un Corex.

La speranza dal Medio Oriente

La speranza dal Medio Oriente

L'imprenditore Khaled Habahbeh a capo della società tunisina Smc

In città arriva un personaggio misterioso, Khaled Hababheh, che presenta un piano allettante di ristrutturazione con un investimento di 1,5 miliardi per la parte industriale ed altrettanti per interventi immobiliari nelle aree da liberare. L’arabo viene tuttavia escluso dalla possibilità di accedere alla due diligence per carenza della garanzie finanziarie. Si ritira invece il Fondo Klesch e le aziende ammesse alla due diligence restano sette. Per i risultati c’è ancora attesa. il commissario annuncia per il 18 aprile 2013 la fermata a caldo dell’altoforno (solo con cariche di coke senza effetture colate), gli arabi della Smc annunciano di contro una ricapitalizzazione della società da 2 milioni e 3 miliardi.
C’è tempo fino al 30 maggio per presentare un’offerta vincolante. L’ultima occasione per gli arabi, mentre si fanno strada altri pretendenti che per il momento hanno dimostrato interesse solo per i laminatoi o altra parte di impianti del Gruppo. Ad eccezione della indiana Jindal Swj che si è aperta alla possibilità di realizzare un forno elettrico e un Corex in sostituzione dell’altoforno.

L'altoforno

L'altoforno

Il cuore dello stabilimento Lucchini: qui avviene la fusione delle materie prime per produrre acciaio

________________________

Oggi, come nel lontano 1895, al pontile della fabbrica arrivano le navi cariche di materie prime, minerale di ferro e carbone. Fino agli anni Ottanta del Novecento, il minerale di ferro veniva prima trattato in un impianto chiamato “agglomerato”. Lì finivano anche le scorie ferrose recuperate dagli scarti della lavorazione per contribuire alla alimentazione dell’altoforno. L’impianto, uno tra i più inquinanti della fabbrica, è stato demolito, determinando un “azzoppamento” del ciclo integrale della Lucchini.

Slideshow: i volti dalla Lucchini dalla nascita ad oggi (non visibile su iOS)

(nella foto una cartolina che raffigura La Magona D'Italia) JACOPO BOZZA Funzionario dello stato borbonico, Bozza si unì nel 1864 ad Alfred Novello, Auguste Ponsard e Alessandro Gigli per fondare la Magona d’Italia, primo stabilimento siderurgico in Italia ad adottare un convertitore Bessemer alimentato da un altoforno a legna. Chiuso due anni dopo lo stabilimento, fondò Stabilimento Metallurgico sotto la direzione dell’ingegner Dainelli, che introdusse iln Italia il forno Martin Siemens. Tra il 1882 e il 1889 si realizzò una forte espansione della siderurgia e Piombino passo in vent’anni da 3.300 a oltre 7.000 abitanti
(nella foto, uno scorcio della Lucchini) MAX BONDI Nel 1905 la “Altiforni e fonderia di Piombino”, erede dello Stabilimento Metallurgico, passò a Bondi, che ristrutturò la fabbrica sulla base del ciclo integrale, dal minerale di ferro fino al prodotto finito. Nel 1908 a Piombino si producono le prime rotaie. La “Altiforni” confluisce nel 1911 nel consorzio Ilva, creato da Bondi attraverso una serie di speculazioni borsistiche. Il crack finanzierio di Bondi nel 1921 lascia l’Ilva nelle mani delle banche
OSCAR SINIGAGLIA Ingegnere, Oscar Sinigaglia nel 1930 fu chiamato dal regime fascista a ricostruire la siderurgia italiana. Fu tra i protagonisti della nascita dell’Iri e, nel biennio 1933-34, presidente dell’Ilva. Allontanato dal regime per motivi razziali (era di origine ebrea), fu richiamato alla presidenza della Finsider (Gruppo Iri) nel 1945. Suo è il piano che portò all’ammodernamento di Piombino. La divisione delle produzioni degli stabilimenti Iri rese efficiente la siderurgia pubblica
LUIGI LUCCHINI Nel 1992 il governo decide le dismissioni del sistema delle partecipazioni statali. Fallito il progetto Utopia, ultimo vagito della siderurgia pubblica, dopo 39 giorni di lotta, entra nella partecipazione dello stabilimento di Piombino il gruppo Lucchini che tre anni dopo ne acquisisce il totale controllo. La gestione del cavalier Lucchini prosegue fino al 2003, quando deve arrendersi sotto il perso di un debito di 800 milioni di euro. Alla guida del gruppo subentra Enrico Bondi, commissario designato dalle banche
ENRICO BONDI Il commisario Bondi prepara un nuovo piano di ristrutturazione del gruppo. Si delinea la possibilità di una cessione a “spezzatino”. Nel 2005 sopraggiunge invece un accordo con il gruppo russo Serverstal, capitanato dall’oligarca Alexej Mordashov. La Severstal acquisisce inizialmente il 65% delle azioni e successivamente il controllo totale
ALEXEJ MORDASHOV L’oligarca russo riesce a portare a casa risultati positivi nei primi anni di gestione e progetta un aumento della produzione fino a 3 milioni di tonnellate, oltre che a un nuovo treno di laminazione per acciai piatti. Ma nel 2009, per un restringimento del mercato dell’acciaio conseguente ad una generale crisi dell’economia mondiale, Mordashov dichiara l’intenzione di ritirarsi dall’Europa. Il gruppo finisce sotto il controllo delle banche e Mordashov si impegna a cederlo a Imi San Paolo. Per Piombino inizia una difficile fase
Un operaio Lucchini.... Non è importante il nome, ma è importante che il futuro suo e dei suoi figli possa essere ancora in questa fabbrica

Oggi al posto del minerale grezzo arrivano pellet agglomerati altrove, con un aumento conseguente dei costi. Dopo lo scarico Minerale di ferro e carbon fossile seguono due strade diverse. I pellet vengono stoccate al parco minerali, da dove attraverso nastri trasportatori, vengono al bisogno inviate all’altoforno per la carica che avviene dall’alto della fornace, completata con l’aggiunta di calcare e di coke metallurgico. Il calcare proviene dalle cave del Campigliese, mentre il coke viene prodotto nello stabilimento da un processo di distillazione del carbon fossile. Il carbone viene immesso nelle batterie della cokeria e sottoposto a cottura.

Altoforno

Resta tutt’oggi, nonostante le innovazioni ambientali e la chiusura degli impianti più vecchi decretata da un’ordinanza del sindaco Anselmi, il processo più a rischio dal punto di vista dell’inquinamento. I gas prodotti in questa fase, come quelli che si sprigionano dall’altoforno, vengono comunque in parte recuperati e inviati alle centrali elettriche realizzate all’interno del perimetro della fabbrica.

Dalla carica dell’altoforno, alla temperatura di circa 1600 gradi, si ottiene la ghisa, dura ma resa fragile dall’alta percentuale di carbonio. Per ottenere l’acciaio è necessario un altro processo di trasformazione nel reparto acciaieria, dove sono in funzione tre convertitori Ld. La ghisa liquida arriva con i cosiddetti “carri siluro” e riversata nei convertitori. Attraverso l’insufflaggio di ossigeno si ottiene così una riduzione del carbonio. L’acciaio così ottenuto passa poi in un altro impianto chiamato Lf, dove all’interno della siviera è possibile fare aggiunte di vari minerali per modificare le caratteristiche dell’acciaio a secondo delle successive lavorazioni e le richieste dei clienti.

Dopo aver subito un trattamento di degasaggio, l’acciaio viene traferito in un enorme “pentolone” alle colate continue. Qui prende forma. Bramme, blumi e billette sono pronti per essere sottoposti alla laminazione a caldo. Nel treno rotaie, situato nella zona degli impianti vecchi, il ripetuto passaggio dai “cilindri” assottiglia i blumi trasformandole in rotaie fino a 108 metri, quelle usate per l’alta velocità. Le billette vengono inviate invece ai treni medio piccolo per produrre barre e al treno vergella per produrre “gomitoli” di fili a profilato tondo destinati poi alle trafilerie, dove diventano chiodi, fili per pneumatici e moltissimi altri prodotti destinati all’industria meccanica.

New Video

L’altoforno è dunque il cuore del ciclo integrale. La Lucchini di Piombino, dopo l’Ilva di Taranto, è il secondo stabilimento siderurgico a ciclo integrale italiano, l’unico per la produzione di prodotti lunghi. Il resto della produzione italiana di acciaio, complessivamente di circa 27 milioni di tonnellate all’anno, viene dai forni elettrici (il 60% contro una media europea del 40%). Va da se che il ciclo integrale risente molto di più degli andamenti del mercato, riuscendo a guadagnare molto in fase di espansione economica per tornare ingombrante nei periodi di recessione. Da qui le cicliche crisi che si sono fatte sentire a Piombino anche nel recente passato e che hanno comportato un forte ridimensionamento dell’occupazione, dai quasi 8mila lavoratori degli anni Ottanta agli attuali 2.150.

Una torre dal futuro incerto

Una torre dal futuro incerto

Il capitolo relativo al futuro dell'altoforno piombinese è ancora... tutto da scrivere